lunedì 22 maggio 2017

Divertissement

Nelle ultime ore ci è giunta notizia di un ottuagenario pregiudicato che (ri)discende in campo travestito da animalista e di un comico ricco sfondato che definisce il suo movimento come quello dei nuovi francescani. Chissà se anche negli altri paesi la politica è così tragicamente divertente?

Facebook non ce la farà mai

Credo che il social di Zuckerberg, dal quale mi sono definitivamente cancellato qualche mese fa e senza nessun rimpianto, non riuscirà mai darsi una regolazione degna di questo nome per quanto riguarda il contenimento di contenuti di sesso esplicito, violenza, terrorismo, razzismo ecc. E non ci riuscirà mai perché, come del resto ammette sottovoce chi ha avuto accesso ai manuali di regolazione, non è tecnicamente e umanamente possibile monitorare ciò che mettono in rete quasi due miliardi di utenti. Come infatti scrive Wired, "Facebook analizzerebbe più di 6,5 milioni di segnalazioni a settimana relative ad account potenzialmente falsi (Fnrp, cioè “fake, not real person”). I documenti rilasciati ai moderatori nell’ultimo anno, danno la misura di quanto difficile possa essere per chi fa il loro lavoro prendere decisioni (spesso in poco più di 10 secondi)."
È una battaglia persa, via.

venerdì 19 maggio 2017

Sul Briatore pensiero

Ieri sera, in macchina, ho ascoltato su Radio Capital Vittorio Zucconi che intervistava Flavio Briatore per telefono. Ora, per fare in modo che ascoltiate l'intervista per intero, in caso vi interessi, dovrei andare a cercare il relativo podcast e linkarvelo, ma non ne ho voglia. In ogni caso, tra le tante cose dette dal noto imprenditore, alcune giuste e altre a mio giudizio emerite corbellerie, ce n'è stata una che mi ha lasciato perplesso. In realtà non è un concetto nuovo, anzi negli ultimi anni se ne parla parecchio, purtroppo. La faccio breve. 
Briatore, su domanda di Zucconi relativa a come abbia iniziato la sua carriera di imprenditore, ha detto di aver iniziato da giovanissimo a lavorare. Non subito come imprenditore, ovviamente; da ragazzino andava infatti a raccogliere le mele nei campi per guadagnare qualche soldino, il resto è venuto dopo, piano piano. Di qui, lo spunto per tornare sul vecchio ritornello che lavori come quello, e altri simili, i giovani d'oggi non hanno più voglia di farli, perché studiano, vanno all'università e quando escono di lì non è che si mettono a raccogliere mele o fragole. E non è vero - ha continuato sempre Briatore - che il lavoro non c'è: c'è, ma di questi tempi occorre anche adattarsi, e pure se laureati, piuttosto che stare a casa senza fare niente sarà pur meglio andare a raccogliere fragole, o no? Zucconi gli ha replicato che è un po' difficile pensare che un architetto o un medico o un ingegnere o un letterato freschi di laurea si adattino a raccogliere mele o a fare i carpentieri. Allora non studino, ha ribattuto il primo: facciano la scuola dell'obbligo e poi s'imparino un mestiere. E al diavolo l'istruzione.
Ora, a me questa cosa qui ha fatto venire in mente un vecchio articolo che Camillo Langone pubblicò qualche anno fa su Il Foglio di Ferrara, dove diceva che la denatalità progressiva e inarrestabile, nel nostro paese, è da addebitare alla sempre maggiore quota di donne che preferisce andare all'università e prolungare gli studi piuttosto che stare in casa e cominciare a fare figli. Con due figlie all'università, potete capire quale potrebbe essere stata la mia reazione a una anacronistica e maschilista stronzata come questa. Ecco, mi pare che questo concetto possa essere appaiato a quello espresso ieri sera da Briatore: Langone incolpava l'università della denatalità, Briatore incolpa l'università della disoccupazione. Insomma, chi studia è la causa di tutti i mali che affliggono la società moderna. La soluzione, quindi, qual è? Semplice: smettiamo tutti di studiare. Diventeremo così un popolo di ignoranti più di quanto non siamo già - e si sa che gli ignoranti sono più facilmente manipolabili degli acculturati - però risolleveremo l'Italia.

Il lungo racconto dell'origine



Leggendo questo libro mi è capitato più di una volta di pensare che gran parte dell'umanità avanza, progredisce, mentre una piccola parte continua a rimanere, perché vuole rimanere, al palo della conoscenza, e mi riferisco ad esempio a cose come quel 42 percento di americani che ancora dà credito al creazionismo, cose tipo Dio che ha creato l'uomo un diecimila anni fa (e perché non ventimila, già che c'era?) com'è adesso, bypassando l'evoluzione, e stupidaggini di questo genere. La Hack, in questo bellissimo saggio, spiega come gran parte delle antiche civiltà conosciute (Babilonesi, Cinesi, Maya, Inca ecc.) si è posta di fronte alle fatidiche domande relative a come sia nato l'universo, come sia nato l'uomo e via andando. Perché non è che questi interrogativi sono peculiarità dell'uomo moderno, ma hanno assillato i nostri progenitori fin da quando hanno messo piede sulla Terra. Ecco, i creazionisti che ancora credono in queste cose qua, e rivendicano con fervore la giustezza delle loro stupidaggini, è come se fossero ancora ai tempi delle antiche civiltà di cui sopra. 
Contenti loro.

mercoledì 17 maggio 2017

Ma la querela della Boschi a De Bortoli?

Ora, intendiamoci, non è che a queste cose qua si dia importanza più di tanto, ma se non ricordo male, appena poche ore dopo la pubblicazione dell'anticipazione tratta dal nuovo libro di De Bortoli, anticipazione che tirava in ballo la fatina buona delle riforme Maria Elena Boschi in merito a un suo interessamento nella vicenda banca Etruria/Unicredit, la signora in questione, tra tuoni, fulmini e lampi d'ira, minacciava già querela, ma proprio immediata, eh, roba da uscire subito di casa e precipitarsi alla più vicina Procura. Sono passati un po' di giorni, ormai, e della suddetta querela contro De Bortoli non risulta ancora esserci traccia. Si ipotizza che, sbollita l'incazzatura, magari l'avvocato le abbia fatto presente che a querelare qualcuno poi si va in tribunale e la spinosa vicenda va in mano a un giudice, e il giudice è lì per indagare, e il Ghizzoni poi viene chiamato a raccontare la sua versione, e al giudice non è che puoi raccontare balle perché poi se ti sgama sono guai. Comunque, com'è come non è, 'sta querela ancora non c'è. Chissà.

martedì 16 maggio 2017

Ancora su Medjugorje

Non è esatto dire che "Medjugorje continua a rischiare di dividere la Chiesa cattolica", rischio che sembra debba palesarsi dopo le recenti affermazioni con cui Bergoglio ha sostanzialmente bollato come bufale le ultime esternazioni della Madonna di quella zona. Non è esatto perché non si divide qualcosa che è nato su una frattura. Chi non conoscesse gli antefatti storici - e l'ottimo Malvino li narra superbamente qui - di tutto ciò che ruota attorno alle apparizioni in quella turbolenta zona dei Balcani, sappia che tutto ebbe inizio nel periodo a cavallo tra il XIV e il XV secolo, e sostanzialmente si riduce a una eterna diatriba tra la Chiesa di Roma e l'ordine francescano sotto la cui giurisdizione cadeva la regione di Mostar. Le presunte apparizioni, che si inseriscono in questo contesto storico, hanno sempre avuto ben poco di mistico e molto di geopolitico. Ma la storia, si sa, è notoriamente appannaggio di pochi, e quindi lasciamo pure credere che il rischio di una divisione ci sia.

domenica 14 maggio 2017

Uno degli ultimi Guccini



Ieri sera io e Chiara siamo andati a Cesena, al Carisport, a sentire Francesco Guccini, uno dei miei miti giovanili e l'autore delle canzoni accompagnando le quali, da giovinetto, imparai i primi accordi sulla chitarra. Non è stato un concerto nel senso classico del termine, dal momento che il cantautore modenese si è ritirato dal mondo della musica dopo l'uscita del suo ultimo album, L'ultima Thule, mi pare del 2013. Lo spettacolo che sta portando in giro in questo periodo prevede una prima parte parlata, in cui il cantautore, dietro input di un giornalista che colloquia con lui ponendogli domande, racconta aneddoti, ricordi, disquisisce di letteratura, di musica, raccontando come sono nate molte sue canzoni e molti suoi libri, e parlando delle differenze tra il mondo della sua generazione e quello di oggi. Quindi Guccini si eclissa ed entra in scena una band, composta da alcuni dei musicisti (i Musici) che lo accompagnano da una vita, che ripropone i suoi pezzi di maggior successo. 
Guccini è un narratore, nasce come tale, il fatto che poi si sia incanalato sulla via della musica è sostanzialmente fortuito. A proposito del narrare, riporto uno dei tanti aneddoti raccontati da lui stesso ieri.
Un giorno, quando Guccini era in quinta elementare, suo padre andò dal maestro per chiedere un po' come andasse. Durante il colloquio il maestro chiese a Guccini padre: "Senta, ma il suo figliolo cos'ha intenzione di fare da grande? Quali aspirazioni ha?" Il padre, borbottando qualcosa con l'aria vagamente contrita, rispose: "Mah, non so, lui continua a dire che vorrebbe fare lo scrittore..." Il maestro guardò il padre, perplesso, poi gli disse: "Lo scrittore? Ma se scrive come un cane... Gli dica di fare qualcos'altro, forse è meglio." Com'è andata a finire lo sappiamo. Molti dei testi di Guccini sono entrati nelle antologie e vengono fatti studiare nelle scuole, mentre i suoi romanzi e saggi sono da anni apprezzatissimi da pubblico e critica - leggete Questo sangue che impasta la terra, giusto per citare uno dei suoi romanzi più belli.
Mi ha fatto un certa impressione ascoltare Guccini parlare, con il lucido affaticamento e trascinamento di parole a volte smozzicato tipici dei settantasettenni reduci da una vita trascorsa fumando due pacchetti al giorno. Per me sarà sempre un grande.