mercoledì 22 febbraio 2017

Obiezione di coscienza e Costituzione

La decisione dell'Asl del Lazio di inserire due medici non obiettori nel reparto ginecologico del San Camillo, ha dato la stura, com'era prevedibile, alle urla scomposte di quelli di Oltretevere, oltretutto senza che sia ben chiaro a che titolo, dal momento che si tratta di esponenti di un altro Stato che vengono a impicciarsi di faccende relative al nostro, ma tant'è. A dare inizio alle musiche è tale don Carmine Arice, il quale blatera che "Non si rispetta un diritto di natura costituzionale quale è l’obiezione di coscienza" (La Stampa, 22.2.2017). Non varrebbe neppure la pena replicare, a questo qui, basterebbe solo fargli presente che, sotto tutti i punti di vista (logico, morale, del diritto ecc.) viene sempre prima il rispetto della legge e dei diritti collettivi delle convinzioni personali, ma è noto che a quelli di Chiesa viene sempre l'orticaria non appena si sussurri di diritti collettivi.
Vale la pena di citare quanto si legge su zeroviolenza.it (22.2.2017) a tal proposito (il neretto è mio): 
"Riconoscere nell’obiezione un diritto della coscienza che può essere sempre rivendicato per sottrarsi agli obblighi imposti dalla legge, senza una specifica norma che ne definisca le modalità e i limiti, invero, varrebbe a legittimare il diritto indiscriminato all’inosservanza della legge – seppure di coscienza. Ciò non può essere accolto, né sul piano giuridico, perché l’ordinamento ha esigenza di essere effettivo al punto che arriva ad autorizzare l’obiezione proprio per venire incontro alle coscienze nella speranza di evitare il sabotaggio delle norme moralmente controverse; né sul piano politico, perché ciò sancirebbe una vittoria dell’individualismo sul principio solidarista, assolutamente sconfessata dall’art. 2 Cost. in quel mirabile disegno che individua nell’equilibrio tra diritti inviolabili e doveri inderogabili la possibilità di realizzare un progetto di  sviluppo pieno della persona, nella libera sintesi tra sociale e individuale."
Niente da aggiungere, mi pare.

Trono di spade

A dire la verità, io e Chiara abbiamo iniziato a guardare la saga con ben poche aspettative, del tipo cominciamo con la prima puntata della prima stagione e vediamo che impressione fa, poi si vedrà. E alla fine della prima puntata ci siamo trovati esattamente nel mezzo tra due intenzioni: quella di continuare e quella di mollarla lì. Alla fine siamo andati avanti, condizionati anche da una nostra amica di Cesena che, avendola vista tutta, ha insistito perché non mollassimo, con l'andare delle puntate saremmo arrivati poi al punto di non riuscire a staccarci. Siamo a quel punto, grosso modo a metà della quarta stagione. 
Per quei pochi che non sapessero di che si tratta, è una saga fantasy che ricorda per certi aspetti quella del leggendario Il signore degli anelli di Tolkien, anche se questa ha una molto più spiccata componente "grandguignolesca", se così si può dire, per non parlare delle numerose ed esplicite scene di nudo e sesso. Diciamo che più che una saga fantasy, è una saga horror/sexy/fantasy. E niente, adesso è impossibile fermarsi e si va avanti fino alla fine.

martedì 21 febbraio 2017

Un'ingiustizia lunga vent'anni

Ovviamente casi come questo sono rarissimi, per fortuna. Anzi, questo ha raggiunto gli onori della cronaca probabilmente a causa della sua triste unicità. Certo è che la giustizia di casa nostra, è risaputo, è lenta, da anni, da sempre, è una di quelle patologie croniche che non hanno cura, ma non perché non ci sia, semplicemente perché si vuole che non ci sia. Mi sarebbe piaciuto ascoltarla, quella giudice, mentre dall'alto del suo scranno si scusava col popolo italiano perché la bambina stuprata per la prima volta a sette anni, oggi, a ventisette, deve accettare il fatto che il suo stupratore è definitivamente libero per intervenuta prescrizione. Ripeto, è un caso eccezionale, ma tenetelo a mente quando sentite qualcuno che racconta che le priorità del nostro paese sono un ponte su uno stretto o fesserie simili.

lunedì 20 febbraio 2017

Ma a chi interessa?

Ma a chi mai può interessare 'sta benedetta scissione, che prima si fa, poi sembra rientrare, poi si fa di nuovo, poi chissà? Interessa forse a chi torna a casa dopo l'ennesima giornata passata a cercare un lavoro? (Un esempio tra i diecimila relativi a vita reale che si potrebbero fare.)
No, seriamente, a chi cazzo mai può interessare questo grottesco e patetico balletto, messo in campo da personaggi di infimo lignaggio unicamente con lo scopo di preservare posizioni di rendita tutte personali?

Come fa?

Per curiosità li ho voluti contare. Sono cinquantaquattro. Nella mia libreria, di là nella sala, ci sono cinquantaquattro libri di Stephen King, e non sono neppure tutti quelli che ha scritto. Mi mancano infatti alcuni della saga de La torre nera e alcuni di quelli scritti con lo psuedonimo Richard Bachman, e mi mancano anche quelli pubblicati solo in e-book. Così, a naso, ipotizzando un numero per difetto, posso quantificare in sessanta i libri che il grande scrittore americano ha sfornato dal '74 in qua, anno in cui uscì Carrie, il suo primo romanzo, e sto parlando di un autore ancora in attività. Aggiungo che non si tratta di librettini di cento o duecento pagine, no, sono libri che nella stragrande maggioranza superano tranquillamente le cinquecento/seicento pagine. 
Come fa?
(Ho controllato adesso su Wikipedia: tra romanzi e antologie di racconti ha pubblicato finora più di ottanta opere. Di nuovo: come fa?)

sabato 18 febbraio 2017

Baggio

Pure chi scrive, che di calcio non ci capisce niente né lo ha mai interessato, conosce Roberto Baggio, perché nel ventennio in cui ha giocato era impossibile anche per chi era totalmente a digiuno di calcio non sentire parlare di lui. Poi, certo, oggi come allora i giudizi sulle sue capacità di infilatore di palloni in rete erano, e sono, le più disparate, e grosso modo vanno da chi l'ha sempre considerato una mezza sòla a chi l'ha sempre considerato addirittura più grande di Pelè e Maradona. Chi scrive non si schiera né da una parte né dall'altra, non essendosi appunto mai interessato di calcio, e tuttavia non è così superficiale da non essersi accorto che dal lato umano è forse stato più "serio" di tanti altri ex campioni. Qui, l'aggettivo serio è da intendersi nel senso di apprezzamento, più che dell'attività calcistica, della gestione della vita da parte del calciatore una volta chiuso il sipario sul rutilante mondo del calcio. 
Una buona parte di quelli che appendono le scarpe al chiodo, infatti, incapaci evidentemente di rinunciare a una vita fatta di visibilità mediatica fatta di stadi pieni, applausi e titoli sui giornali, cercano di perpetuare la propria immagine trasformandosi in fenomeni da baraccone su qualche isola dei famosi, oppure come tristi comparse negli altrettanto tristi pomeriggi televisivi della domenica, oppure ancora inventandosi il ruolo di commentatori sportivi ammazza-congiuntivi, per arrivare ai casi più patetici e grotteschi di chi fa a gara per essere immortalato su rotocalchi di infima categoria mentre sverna su qualche isola della Polinesia con la bellona di turno, bellona che ovviamente cambia con la stessa frequenza con cui Lady Gaga cambia le scarpe.
Roberto Baggio, il famoso Divin Codino, una volta chiuso col calcio si è invece ritirato a vita privata, senza concedere più niente a nessuno. Una vita schiva: non una comparsata in tv, non una dichiarazione, un'intervista, niente di niente, tanto che molti in tutto questo tempo si sono sicuramente chiesti cos'abbia fatto in questi anni. Fino ad oggi, giorno del suo mezzo secolo di vita, trascorso tra i terremotati di Amatrice. E qui non so, boh, la perplessità si fa strada poco a poco come quelle nebbioline che avanzano lentamente in certe mattine di certi autunni su certi campi. Per carità, l'avrà sicuramente fatto con la migliore delle intenzioni, senza secondi fini - d'altra parte quali secondi fini potrebbe mai avere? - ma quell'impressione, pure se lontana, pure se piccola, pure a tratti appena percettibile e appena intelligibile, insomma quell'impressione di perplessità si prova. Sarà probabilmente perché chi, come lo scrivente, comincia a essere relativamente in là con l'età, ha ormai raggiunto un livello piuttosto elevato di "incarognimento", generatosi in tutti gli anni in cui risme di squallidissimi personaggi hanno marciato su ogni tragedia d'Italia guidati solo dal lume dello sciacallaggio mediatico-politico - l'ultimo caso noto è quello del tipo che alla sera, dopo il pellegrinaggio strumentale tra la sofferenza e il dolore, si è presentato in uno studio televisivo con un paio di doposci ai piedi. Ecco perché, probabilmente, si vedono certe azioni, magari animate dalle migliori intenzioni, sotto la luce della perplessità. 
Un giorno, chissà, agli squallidi personaggi di cui sopra magari chiederemo conto anche di questo.

venerdì 17 febbraio 2017

L'agonia (del PD)

Ciò che sta succedendo al Partito Democratico (ancora mi stupisce questa denominazione, specie dopo che per due anni il ducetto di Rignano ne ha fatto praticamente una cosa sua) credo si possa definire, senza tema di confutazione, agonia. L'agonia del moribondo con le ore contate e l'accanimento terapeutico ormai inutile. Un partito che non è più né carne né pesce, se mai sia stato qualcuna delle due pietanze; un partito-spezzatino dilaniato da tremila correnti capeggiate da altrettanti poco raccomandabili figuri, che ricordano quegli animali poco simpatici che in certi documentari li vedi sgomitare sulla preda ormai morta per accaparrarsi brandelli della carogna. Ci sarà 'sta benedetta scissione? Non ci sarà? E in caso si riesca in qualche modo a ricomporre l'apparentemente insanabile frattura, quanto durerà la tregua prima della successiva ribalderia perpetrata da una delle due parti a danno dell'altra?
Niente, meglio aspettare che qualcuno stacchi la spina definitivamente e interrompa così il mesto e straziante spettacolo dell'agonia.

giovedì 16 febbraio 2017

Lavagna

La tragedia di Lavagna dovrebbe essere commentata solo col silenzio, nient'altro, e invece tutti a dire la loro preziosissima e importantissima opinione, ché l'umanità mica va avanti sennò. Che poi, alla fine, non ci sarebbe forse neppure niente di male, anche se rimango convinto che un salutare silenzio sia la cosa migliore. Ciò che irrita sono in realtà i giudizi, più che le opinioni. Nessuno ha titolo per dire se quella povera madre abbia fatto bene oppure abbia sbagliato, tutt'al più si potrebbe azzardare a dire cosa si sarebbe fatto in caso ci si fosse trovati dentro a una situazione come quella. Se invece non ci si trova, o non ci si è mai trovati, non si dovrebbe neppure esprimere un'opinione su un ipotetico agire personale, perché anche se si pensa che in una data situazione si possa avere un certo tipo di reazione, è matematico che una eventuale prova dei fatti smentirebbe la previsione della suddetta reazione.
E allora silenzio. Quello della decenza e del rispetto, due antichi cimeli ormai confinati nel dimenticatoio.

E

Capita ancora che m'imbatta in discussioni grammaticali che non dovrebbero neppure esistere. Se poi la tipa la mena affermando, con una sicumera degna di miglior causa, che, caschi il mondo, virgola ed e non possono stare insieme, o si mette l'una o si mette l'altra, perché la sua insegnante delle elementari - presumo si parli del Pleistocene inferiore o giù di lì - era categorica su questo, allora davvero avrei dovuto mollarla subito. E invece mi sono lasciato trascinare, cavolo. 
Intendiamoci, è vero, pure la signora Silvana delle mie elementari in presenza di una virgola e una e schiaffava vistosi segnacci rossi, ma si parla appunto di quarant'anni fa. La lingua non è una roba statica, granitica, immodificabile, ma cambia, evolve, si modifica, come tutto del resto, e oggi (ho appena messo la e dopo la virgola, sta così male?) è quasi la regola accoppiare la congiunzione per eccellenza col segno di interpunzione, del resto basta prendere in mano un qualsiasi libro per rendersene conto - evidentemente la tipa non ne legge molti. Pure quei duri e puri dei cruschiani non lo classificano più come errore, quindi di che stiamo a parlare?
Niente, quella là dovevo mollarla subito, dài.

martedì 14 febbraio 2017

Come può un prete causare tanto male?

Al lume della logica credo dovrebbero essere le persone normali a rivolgere la domanda qui sopra al papa, invece che il papa stesso a... boh, non si sa bene chi. Invece è appunto il papa che la mette sul tavolo, e lo fa con una enfasi e un'impressione di contrizione e dolore che quasi commuovono. Una commozione che per poco non fa dimenticare la riabilitazione di don Mauro Inzoli da parte appunto di Bergoglio. Per chi si fosse perso qualche passaggio, don Inzoli è un parroco lombardo, un pezzo grosso di CL, condannato nel giugno scorso a quattro e rotti anni di galera per abusi certificati su almeno cinque minori, in un periodo che va dal 2004 al 2008. Quando scoppiò lo scandalo, l'allora papa Ratzinger gli comminò la pena della sospensione a divinis, ossia l'interdizione dall'esercitare il mestiere di prete, per farla breve. Poi arriva Francesco che, nel 2014, non si sa bene perché, gli ridà lo status sacerdotale
Come possa un prete causare tanto male, quindi, non è dato di saperlo. Però una riabilitazione non si nega mai a nessuno, via.