domenica 18 febbraio 2018

A Bologna prima la dignità e la memoria

Non è solo questione di antifascismo, è questione che se tu ti chiami Roberto Fiore, hai condanne passate in giudicato per banda armata ed eversione, e scappi in Inghilterra un attimo prima che Terza Posizione, l'organizzazione da cui è uscita una generazione di stragisti, assassini, rapinatori, sequestratori, venga decapitata dalla polizia con l'arresto di Fioravanti, Mambro e Ciavardini, gli autori materiali della strage di matrice neofascista di Bologna, che provocò 85 morti, tu un comizio a Bologna non lo fai. Punto.

L'antifascismo, sacrosanto, viene dopo, prima vengono il rispetto per la dignità, per le vittime e per la memoria.

giovedì 15 febbraio 2018

Il problema dei malati mentali, mica delle armi

Uno dei primi provvedimenti attuati da Trump all'indomani del suo insediamento, è stato l'abrogazione di una legge, voluta da Obama, che impediva l'acquisto di armi da parte delle persone con problemi psichici. Tolto di mezzo quel fastidioso inciampo, con tanto di immancabile standing ovation da parte di produttori e venditori di armi, i malati di mente hanno potuto tranquillamente ricominciare a comprare pistole e fucili con la stessa facilità con cui si entra in un bar per un cappuccino e una brioches.

Cosa fa, oggi, Trump, dopo la strage compiuta in una scuola della Florida dal diciannovenne Nicolas Cruz, in cura per problemi psichiatrici in una clinica della zona? Fa un accorato discorso di sei minuti con cui si impone di affrontare la difficile questione della salute mentale. Perché è quello il problema principe che attanaglia gli USA, capito? Mica il fatto che gli americani sono imbottiti di armi che possono procurarsi con la stessa facilità con cui si va in farmacia a prendere un'aspirina, no, questo non c'entra niente, tanto è vero che in tutti e sei i minuti del suo pistolotto non lo menziona neppure una mezza volta.

Io boh...

Un altro contratto

Un altro contratto con gli italiani, diciassette anni dopo. Senza vergogna, pudore, niente. Forse è giusto così, dal momento che, dicono, si raccoglie ciò che si semina. E non si semina niente, come non si è seminato niente in tutti questi anni, non ci sarà mai niente da raccogliere.

mercoledì 14 febbraio 2018

Con Marco Cappato

E niente, siamo e saremo sempre il paese in cui deve intervenire il potere giudiziario - quello legislativo dorme - per cercare di non fare diventare incolmabile il gap tra il nostro paese e quelli (cioè tutti) più civili, moderni, evoluti.

È successo adesso con la vicenda Cappato, ma è successo ogni volta che un tribunale ha sentenziato per rimediare all'incredibile occasione mancata stralciando la stepchild adoption dalla legge sulle unioni civili; è successo ogni volta che, passo dopo passo, la Corte costituzionale ha fatto a pezzi quell'abominio rappresentato dalla famigerata legge 40, soprannominata la Ruini-Berlusconi, quella che apparentemente normava la fecondazione assistita ma che in realtà ne impediva di fatto il ricorso.

Siamo e saremo sempre il paese in cui per garantire un diritto bisogna scomodare un giudice, ché il politico ha altro a cui pensare. E sia lode a quelli come Marco Cappato, che si dannano e mettono l'anima in ciò in cui credono e per cui lottano, buttandosi nell'improba impresa di rendere questo disgraziato paese un po' più civile.

martedì 13 febbraio 2018

Lettere sulla creatività



Questo libro, che ho preso in mano con una certa dose di scetticismo circa la possibilità di portarlo a termine, l'ho trovato invece molto interessante. Si tratta di una selezione di lettere tratte dal vastissimo epistolario di Dostoevskij, tramite le quali si viene a conoscenza del suo pensiero e dei suoi valori, sostanzialmente circoscritti a due: Cristo e un fortissimo sentimento nazionale verso la patria russa.

Da questa raccolta di epistole, indirizzate ai personaggi più vari: le sue due mogli, i suoi fratelli, il suo editore, ma anche sconosciuti estimatori delle sue opere ecc., si apprende molto del Dostoevskij pensiero; dalla venerazione di Cristo all'odio verso il cattolicesimo, dall'amore per la patria, un amore che rasenta quasi lo sciovinismo, al disprezzo per il socialismo, il tutto velato di un nemmeno troppo occultato antisemitismo - ebbene sì, Dostoevskij ce l'aveva con gli ebrei. Non nutriva odio verso di loro, intendiamoci, quanto piuttosto una eufemistica diffidenza. Molto interessanti, e ovviamente drammatiche, anche le lettere scritte durante gli anni della prigionia in Siberia - nel 1849 Dostoevskij fu arrestato con l’accusa di essere membro di una società segreta tesa alla sovversione sociale e politica della Russia zarista e condannato a quattro anni di lavori forzati.

Una peculiarità dello scrittore, forse poco nota, è che intratteneva un fitto e costante rapporto epistolare - e d'altra parte questo libro ne è un'ottima testimonianza - con i lettori. Leggeva tutte le lettere che gli arrivavano e cercava, nei limiti del possibile, di rispondere. Oggi questa cosa fa un po' sorridere, se si pensa che gran parte degli scrittori hanno un profilo su un social e interagiscono in tempo reale con gli ammiratori, ma nel 1800 ancora facebook non c'era e si usava la posta tradizionale.

Ciò che dopo aver letto questo libro mi lascia un po' perplesso, è che adesso so praticamente tutto di Dostoevskij ma non ho mai letto niente di suo. Ovviamente dovrò provvedere quanto prima a colmare la lacuna.