mercoledì 28 settembre 2016

Il film anti vaccini in Senato

Forse non c'è granché da scandalizzarsi per l'iniziativa di tale senatore Bartolomeo Pepe, e cioè proiettare in Senato un film anti vaccini, realizzato da un "medico" già radiato dall'albo per aver falsificato dati che avrebbero dovuto provare fantomatiche correlazioni tra vaccini e autismo - correlazioni, come è noto, smentite ormai da anni da ogni organismo sanitario al mondo.
Non c'è da scandalizzarsi perché ormai da tempo il Parlamento non è più permeato da quell'aura di austera serietà e autorevolezza che gli era propria fino a qualche decennio fa. Ormai anche il bar della più malfamata frazione della penisola può essere elevato a termine di paragone, perché in Parlamento in questi ultimi lustri abbiamo visto, e continuiamo a vedere, gli stessi spettacoli che appunto si vedono ogni giorno al bar: urla, zuffe, risse, parolacce, insulti, lanci di oggetti, di ortaggi; abbiamo visto parlamentari innalzare cappi, lanciare pesci, mangiare mortadella alla caduta di un governo, proporre interrogazioni sulle scie chimiche. E adesso ci si stupisce perché vi viene proiettato un film che fa l'apologia di una bufala conclamata?
Da queste parti ci si stupisce semmai che ci sia voluto tanto.

Aggiornamento.
Pietro Grasso, lode a lui, si è impuntato e la proiezione è stata annullata.

martedì 27 settembre 2016

Ponte sullo stretto

Noi vogliamo un paese [...] che preferisca la banda larga al ponte sullo Stretto.

Matteo Renzi, Carta di Firenze, 7 novembre 2010 (link).

Da Mentana, Renzi vs Zagrebelsky

Venerdì prossimo, da Mentana, su La7, il cazzaro discuterà del famoso/famigerato referendum faccia a faccia con Gustavo Zagrebelsky. Ignoro i motivi che hanno indotto Renzi ad accettare di essere fatto a pezzi in diretta tv da uno dei maggiori costituzionalisti nostrani. Per me sarà un'occasione di riaccendere la tv dopo molti anni di astinenza dal video.

lunedì 26 settembre 2016

Nel torbido

Avrei voluto titolare questo post Nella merda, ma ho già provato in passato a inserire una parolaccia in un titolo, qui, e Google, che ospita questo blog, mi ha lanciato una dura reprimenda invitandomi a non farlo più, quindi uso il termine torbido, che dovrebbe passare senza problemi.
Il suddetto torbido sarebbe, nel caso specifico, l'"editoriale" di stamattina di Sallusti, un coacervo di invettive, rancore e cattiverie gratuite e infamanti indirizzate a Giuseppe D'Avanzo, giornalista (giornalista vero, questo) che ha lavorato per Espresso e per Repubblica e che è passato a miglior vita alcuni anni fa. Ecco, se D'Avanzo fosse ancora vivo potrebbe difendersi e, dopo ciò che ha scritto Sallusti, vincere con disinvoltura qualsiasi causa avesse voluto intentargli. Non può più farlo perché appunto se n'è andato. Non c'è niente da aggiungere.
Come scrive Alessandro Gilioli, Sallusti è questa roba qua.

(...)

domenica 25 settembre 2016

Sostiene Pereira

Sostiene Pereira è un libro di quelli che si iniziano la mattina e si finiscono la sera, prima di andare a dormire. Un po' perché sono poco più di 200 pagine, un po' perché ci si affeziona a tal punto alla storia e al protagonista che si ha costantemente il bisogno di sapere cosa combina il corpulento dottor Pereira e i vari personaggi che compaiono nel libro. Credo possa essere definito un romanzo di liberazione, e questa liberazione è prima di tutto di quel Pereira, responsabile della pagina culturale di un piccolo settimanale di Lisbona, dalle sue paure: quella del futuro, quella del suo direttore, che gli impone di non pubblicare traduzioni di scrittori francesi, ché al regime salazariano portoghese non piacciono, e quella della censura a cui devono sottostare i suoi pezzi prima di vedere la luce.
La sua liberazione definitiva e piena si compirà quando, tramite uno stratagemma, il dottor Pereira riuscirà a bypassare le maglie della censura e a raccontare, pubblicandolo, il fedele resoconto dell'omicidio di un suo carissimo amico e collaboratore, perpetrato dalla polizia politica del regime fascista di Salazar.
È un libro di liberazione, di ribellione, raccontato con la prosa inimitabile, a tratti tra il visionario e il fiabesco, di Antonio Tabucchi.
Sono contento di aver colmato questa lacuna.

Toh, Emmanuel non toccò il paletto

Mentre la faccenda è nel frattempo caduta nel dimenticatoio, sono arrivati i risultati delle perizie sul segnale stradale che, secondo attendibilissimi testimoni, che ovviamente Giornale e Libero avevano subito elevato a rango di voci della verità, sarebbe stato brandito da Emmanuel contro il Mancini. Bene, i RIS hanno dimostrato che c'è solo il DNA di quest'ultimo, su quel segnale, Emmanuel non l'ha toccato, come del resto ha sempre dichiarato fin dall'inizio. Ovviamente non ne parla quasi nessuno, e quei pochi che lo fanno relegano la notizia in qualche trafiletto poco o niente visibile, come da prassi.

sabato 24 settembre 2016

Viserba

Stamattina sono andato a prendere Michela alla stazione di Viserba. Rientrava da una breve vacanza di qualche giorno, ospite di una sua compagna di università che abita in un piccolo paesino del Veneto di cui mi sfugge il nome. La piccola stazione di Viserba si trova sulla linea secondaria (molto secondaria) che congiunge Rimini a Ravenna e Venezia ed è praticamente un piccolo monolocale, dove non c'è biglietteria ma solo una piccolissima sala d'attesa. Sembra quasi uno scherzo. Prospiciente ad essa c'è un piccolo bar con edicola.
Mi ha fatto una certa malinconica impressione rimettervi piede. L'ultima volta che lo feci ero bambino ed era il periodo in cui a Viserbella i miei genitori gestivano, in estate, una piccola pensione a conduzione familiare, e io andavo lì con la mia bicicletta a guardare passare i treni. Grosso modo credo siano passati da allora almeno tre decenni. Alcune cose sono cambiate, in tutti questi anni. Ad esempio, è rimasto un solo binario. Una volta ce n'erano due, uno di questi aveva una lunghezza limitata alla banchina della stazione e serviva come disimpegno, l'altro era la linea principale, sistema che consentiva il transito senza problemi di due treni che procedessero in direzioni opposte (la linea è una delle tante secondarie, in Italia, che sono ancora a binario unico). Il primo binario è stato eliminato, coperto da uno spesso strato di cemento e piastrelle, è rimasto solo il secondo, la linea principale. L'orologio meccanico affisso al muro della stazione, di cui si sentivano i ticchettii del meccanismo, non c'è più, al suo posto c'è un moderno orologio elettronico inglobato in un tabellone luminoso su cui, in tempo reale, vengono elencati gli orari dei pochi treni che ancora passano di lì. Nemmeno il capostazione di quella volta, col suo fischietto e la sua paletta, c'è più. Al suo posto... al suo posto non c'è nessuno, il treno si ferma e riparte da sé, senza che nessuno fischi o gli agiti la paletta davanti.
Quello che non è cambiato in questa piccola stazione, è l'aria di abbandono e solitudine che la caratterizza oggi come la caratterizzava trent'anni fa. Anche le erbacce che crescono lungo i binari e negli interstizi delle piastrelle della banchina sono le stesse di allora, e pure la panchina di ferro mezza arrugginita attaccata al muro, sotto al tabellone luminoso.
Anche quella mi pare sia sempre la stessa.

Olimpiadi, non è solo un problema di corruzione

Uno dei mantra più in voga in questi giorni, riguardo alla revoca della candidatura di Roma alle Olimpiadi del 2024, è che ci sarebbero stati ben otto anni di tempo per riuscire a fare le cose per bene, mettendo alla porta ladri, evitando colate di cemento selvagge, appalti aggiudicati con criteri poco chiari, corruzione ecc. L'ha ripetuto chiaramente oggi pure il cazzaro: "Non si fermano le grandi opere, si fermano i ladri. Se invece dici 'no' e hai paura, preferisci non metterci la faccia, hai sbagliato mestiere." Il ragionamento è in realtà capzioso, e comunque non è questa la giustificazione principale addotta da Virginia Raggi a supporto del suo diniego. La giustificazione principale addotta dalla sindaca di Roma, dati alla mano, è che tutte le competizioni olimpiche svoltesi nelle varie città del mondo negli ultimi 50 anni sono finite in perdita, alcune addirittura con deficit spaventosi. E questo è successo anche quando le Olimpiadi si tenevano in paesi che dal punto di vista del livello di corruzione e della virtuosità erano (e sono) anni luce avanti a noi. Quindi non è un problema solo di corruzione, anzi questo è forse il male minore, paradossalmente, ma si tratta proprio di un problema intrinseco che riguarda questo genere di manifestazioni. E se la Raggi non se l'è sentita di addossare questo rischio a una città che ha già sul groppone un deficit di 13 miliardi di euro, a mio parere ha fatto benissimo. Lo so che al cazzaro dispiace, poveretto, ma magari spiace di meno ai romani che combattono tutti i giorni con le buche nelle strade e con le inefficienze di una metropoli praticamente già fallita.
(A proposito di grandi eventi, ogni tanto sarebbe bene che Renzi ricordasse che il suo amato Expo, per il quale si è speso tanto, ha chiuso i battenti con oltre 20 milioni euro di perdite.)

Harry Potter

Così, istintivamente, ho molta più simpatia per chi si mette in coda di notte per acquistare un libro, piuttosto che un iPhone. Fosse pure un libro di Harry Potter, quel Potter così inviso alla Chiesa Cattolica e a padre Amorth - pace all'anima sua - che nei suoi deliri lo considerava un prodotto del demonio.