sabato 3 dicembre 2016

Debunking rapido e non esaustivo delle principali balle raccontate per avallare la revisione costituzionale targata Boschi

Domani, finalmente, andremo a votare e ci toglieremo dalle scatole una volta per tutte questo referendum costituzionale, che naturalmente lo scrivente si augura sia archiviato con la vittoria del No. Assieme ad esso ci toglieremo dalle scatole - speriamo - questa bruttissima campagna referendaria e tutti i veleni che si è trascinata dietro. Non è stata infatti una normale campagna referendaria ma una vera e propria guerra, voluta da chi, fin dall'inizio, ha deciso di personalizzare questa revisione costituzionale riducendola al rango di posta di una scommessa tutta personale, ossia il terreno peggiore su cui incastonare una revisione della Costituzione che invece, come i padri costituenti (quelli veri) ci hanno insegnato, avrebbe dovuto essere innestata su un terreno di condivisione, apertura alle altrui idee e massima partecipazione possibile di tutte le forze politiche. Così non è stato e ne prendiamo atto, confidando che gli italiani che domani andranno alle urne ricaccino al mittente questa pessima revisione costituzionale, pessima nel metodo e nel merito. Ho seguito molto tutta la campagna, mi sono informato sia su internet sia leggendo un paio di libri in merito, e quindi provo qui di seguito a smontare alcune - non tutte: è impossibile - delle affermazioni che sono state enunciate dai sostenitori della riforma a (fragile) supporto della medesima.
La prima questione, come scrivevo qui sopra, riguarda appunto il metodo. Non è concepibile che una revisione della Costituzione che modifica un terzo dei suoi articoli e che ne cambia l'impianto e lo spirito sia imposta da una maggioranza di governo, specie se si tratta di una maggioranza taroccata (ci torno dopo) che del paese reale rappresenta una minoranza. Le revisioni costituzionali devono essere di iniziativa parlamentare, non governativa, e avviate su esplicito mandato popolare indirizzato appunto al Parlamento. Qui non abbiamo alcun mandato popolare indirizzato al Parlamento, ma abbiamo una brutale imposizione da parte di un governo che, giova ricordarlo, è stato eletto a governare con l'utilizzo di una legge elettorale dichiarata incostituzionale. La Corte Costituzionale ha infatti stracciato il Porcellum con la sentenza 1/2014, e non ha disposto lo scioglimento delle Camere solo per garantire la continuità istituzionale e per il disbrigo degli affari legislativi contingenti, tra cui l'approvazione di una nuova legge elettorale, questa volta rispondente ai dettami della Carta, con cui tornare subito al voto. Chi contesta questa lettura lo fa adducendo l'assunto che la Consulta non ha esplicitamente dichiarato incostituzionale questo governo, né tantomeno lo ha menomato della possibilità di avviare una riforma della Costituzione. In realtà, chi sposa questa lettura della sentenza finge di ignorare che la Corte, nella suddetta sentenza, ha sì autorizzato le Camere a continuare a operare e legiferare, ma non in forza della legge dichiarata incostituzionale, bensì in forza del "Principio di continuità dello Stato", e ha specificato che tale principio si applica in due soli casi: quando le Camere vengono prorogate dopo il loro scioglimento fino a nuove elezioni, e quando vengono sciolte e poi riconvocate per conventire in legge i decreti, attività che prevedono un tempo massimo di tre mesi. Questo governo, invece, si è insediato come se niente fosse, con tutta l'intenzione non solo di governare per cinque anni, ma addirittura di mettere in campo una revisione costituzionale i cui effetti si snoderanno sui prossimi decenni. In aggiunta, c'è da segnalare che sul programma elettorale con cui il Partito Democratico si è presentato alle elezioni del 2013, e sul quale questo governo lavora, di questa revisione costituzionale non si trova una riga. Quindi?
Esaurita la questione del metodo, veniamo al merito, e precisamente ad alcune delle frottole con cui Renzi e soci stanno abbindolando da mesi i poveri di spirito. Una di quelle che va per la maggiore è che il superamento del bicameralismo paritario porterà una semplificazione e una maggiore velocità del processo legislativo. Non è vero niente, e non perché lo dica io, ma perché lo dicono tutti i maggiori costituzionalisti italiani. Attualmente il meccanismo legislativo italiano è molto semplice e prevede che al vaglio delle due Camere passino solo due tipologie di leggi: ordinarie e costituzionali. Se passerà questa riforma, le leggi costituzionali rimarrano subordinate al bicameralismo paritario, come succede ora, quindi da questo punto di vista non cambierà niente, ma quelle ordinarie saranno suddivise in una decina di tipologie diverse (ancora non si è riusciti a capire neppure quante: chi dice 12, chi 20 ecc.) e tutte dovranno passare comunque al vaglio del nuovo Senato. Sarà sufficiente infatti che appena un terzo dei senatori lo richieda che la legge dovrà essere esaminata, ed eventualmente emendata, da palazzo Madama, che poi dovrà rispedirla alla Camera per l'ultima lettura. È vero, quindi, che l'ultima parola ce l'avrà la Camera, ma quello che Renzi chiama "navetta" o "ping-pong" rimane comunque, e c'è il rischio tutt'altro che trascurabile che siano molte di più le leggi che faranno il ping-pong con la nuova Costituzione che con quella che abbiamo adesso. E, come scrivevo ieri nel post precedente, sono i numeri che dànno conforto a questa previsione. Se infatti prendiamo in esame l'attuale legislatura, quella appunto di Renzi, scopriamo che oltre l'80% delle leggi fatte dal suo governo (202, per la precisione) sono passate velocemente al primo colpo, ossia con una lettura semplice Camera-Senato. Quelle che sono dovute sottostare a tre o più passaggi sono una piccolissima minoranza. Tutto questo sta lì a dimostrare che a noi non sevono più leggi (già ora non si resce neppure a stimare quante ce ne siano), né una maggiore velocità legislativa, a noi servono leggi scritte meglio, più approfondite e più organiche, e possibilmente scritte da politici che ne siano all'altezza. Ecco, smontata in poche righe, una delle balle che con maggior forza ci stanno in questo periodo propinando. Ma prosegiamo.
Ci raccontano che un Senato che non potrà più dare la fiducia al governo sarà garanzia di maggiore stabilità. Non è vero niente, e anche qui sono i fatti a dimostrarlo, i numeri. Sapete quanti, dei 63 governi che l'Italia repubblicana ha avuto, sono caduti per la mancanza della fiducia del Senato? Due (2): i due governi Prodi. Basta. Tutti gli altri sono caduti per cause diverse che col Senato non c'entrano assolutamente nulla. In aggiunta, quelli che blaterano di stabilità dimenticano di dire che durante tutta la Prima Repubblica ha governato praticamente sempre lo stesso governo, quello della Democrazia Cristiana coi vari alleati. È vero, cambiavano i nomi dei Presidenti del consiglio, ma la maggioranza era quella e il programma era sempre quello. Per cinquant'anni abbiamo avuto una stabilità politica come forse non si è mai vista al mondo, e adesso vogliono farci credere che con la nuova Costituzione ci sarà più stabilità. Balle. I governi non cadono perché il Senato non dà la fiducia, cadono perché le maggioranze che le compongono sono litigiose, frammentate, spesso per nulla coese, sono accozzaglie (quelle sì) che, pur diverse tra loro, si accorpano per fare numero in occasione delle elezioni e poi ognuno per la sua strada, ed è per questo motivo che i governi continueranno a cadere anche se vinceranno i Sì: perché ormai l'indirizzo dell'attività legislativa è orientato alla soddisfazioni di piccoli interessi personali o di bottega e non più all'interesse generale, ed eliminare la possibilità che il Senato dia la fiducia non cambierà assolutamente niente di questa situazione. Chi mastica un po' di storia sa che una sola Camera che dà la fiducia era prevista nel vecchio Statuto Albertino, quello del 1848 che resse l'Italia monarchica e fascista. Ecco, questi signori ci stanno vendendo come "progresso" il ritorno a un'architettura istituzionale che risale a 170 anni fa e che è stata stracciata con la stesura della Costituzione che abbiamo oggi. Tra l'altro, trovo curioso che a farsi paladino di stabilità sia lo stesso Renzi, che ha fatto fuori Letta dopo un anno, ricorrendo a un giochino extraparlamentare, e che oggi governa con la stessa maggioranza di Letta, ma è noto che la coerenza e la serietà non sono mai state prerogative né di lui né del suo governo.
Ci sarebbero infinite altre cose da dire, infinite altre balle da smontare; ad esempio riguardo alla composizione e al metodo di nomina del nuovo Senato, una questione che palesa come meglio non sarebbe possibile fare la pochezza culturale ma anche solo di conoscenza di grammatica e sintassi di chi ne ha vergato il testo. E ci sarebbe da ridere, se non fosse che invece, purtroppo, è la pochezza di questi personaggi che sta riscrivendo le regole su cui si fonda il nostro Stato.
Ci sarebbe da ribadire fino allo sfinimento che sono una presa in giro la faccenda della diminuzione dei costi (40 milioni di euro risparmiati a fronte di una spesa pubblica complessiva stimata in qualcosa come 800 miliardi di euro), la diminuzione dei parlamentari (200 senatori in meno su un milione e centomila persone che in Italia a vario titolo campano di politica), il rafforzamento - dicono - della sovranità popolare che invece ne risulterà irrimediabilmnte compressa. Purtroppo non è possibile sviscerare tutto in un post. Chi vuole farlo ha comunque, oggi, ogni possibilità attraverso internet o attraverso i libri. Chiudo dicendo che io non sono contrario alle modifiche costituzionali, sono contrario alle riforme costituzionali fatte in questo modo: imposte da una maggioranza di governo senza alcun titolo per metterle in campo e gravate dal peso di una necessità e di una improcrastinabilità inesistenti, propinateci capziosamente e degne sicuramente di miglior causa.

venerdì 2 dicembre 2016

(...)

Googlando un po' ho scoperto che oltre l'80% delle leggi fatte in questa legislatura, cioè dal governo Renzi, sono passate al primo colpo, ossia con un semplice passaggio Camera-Senato. Per la precisione: 202 leggi hanno richiesto un solo passaggio Camera-Senato, 43 hanno ne hanno richiesti tre (Camera-Senato-Camera) e solo tre ne hanno richiesti di più. La stragrande maggioranza delle leggi fatte dal governo Renzi, quindi, è passata velocemente e al primo colpo. Quando lui allora racconta che questa riforma costituzionale porrà fine all'eterno ping-pong Camera-Senato che paralizza il processo legislativo, a cosa si riferisce, esattamente?

giovedì 1 dicembre 2016

Le motivazioni di Prodi

"Le riforme proposte non hanno certo la profondità e la chiarezza necessarie"
[...]
"...è meglio succhiare un osso che un bastone"
[...]
"Una modesta riforma costituzionale."

Prodi dice che voterà sì, e mi pare più che legittimo che esprima liberamente e pubblicamente le sue intenzioni, come del resto hanno già fatto personalità pubbliche note e meno note. E tuttavia la descrizione delle motivazioni che stanno alla base della sua decisione mi pare strida un pelino con la descrizione che di questa riforma dà Renzi. Cose tipo "riforma epocale" e via di seguito.
Ma giusto un pochino, eh.

Soprassedendo

Nel suo editoriale odierno (Repubblica, 01/12/2016), Scalfari mette in guardia l'"amico" professor Zagrebelsky - qui lo scrivente fatica un tantino a capire se la valenza del sostantivo "amico" sia da intendersi in senso ironico o reale - dalla compagnia di cui si circonda continuando a sostenere le ragioni del no, e cita l'esercito "composto da quanto avanza del berlusconismo, dalla Lega ormai sulle posizioni nazionaliste e xenofobe dei populismi europei e infine il grosso di quell'esercito formato dai grillini 5 stellati."
Ora, soprassedendo sul fatto che Scalfari finge di ignorare che si va a votare per confermare o meno una revisione costituzionale e che quindi è perfettamente irrilevante il tipo di compagine politica che sostiene ognuno dei due schieramenti; soprassedendo anche sul fatto che Scalfari finge di dimenticare che la stragrande maggioranza della compagine politica che oggi si spende per il sì era su posizioni totalmente opposte in occasione della precedente revisione costituzionale del 2006, che aveva moltissimi punti - i principali praticamente tutti - in comune con quella odierna; soprassedendo sul fatto che Scalfari finge di dimenticare che, solo per fare un esempio, nel referendum sull'acqua pubblica del 2011 Pd e Casapound votarono nella stessa direzione e non mi risulta che all'epoca abbia avuto alcunché da ridire, ecco, alla luce di tutto questo, alla fine quello che più stupisce è che l'anziano giornalista raccomandi a Zagrebelsky di guardarsi "da quanto avanza del berlusconismo" e dimentichi di menzionare il fatto che il co-estensore, assieme a Renzi, di questa riforma è Berlusconi stesso.
Però io a Scalfari voglio bene lo stesso.

mercoledì 30 novembre 2016

(...)

Prodi si schiera col Sì e Il Fatto scrive che ormai i 5*, dopo la faccenda delle firme, sono un partito come tutti gli altri. Sono confuso. A questo punto mi aspetto di sentire da un momento all'altro Red Ronnie dire che i vaccini fanno bene.

martedì 29 novembre 2016

Niente da aggiungere, purtroppo

Sono convinto che sarà il Sì a vincere, e credo che sia sempre stato in vantaggio sul No, anche quando i sondaggi dicevano il contrario, per la semplice ragione – qui il lettore mi consenta il bisticcio – che non basta aver ragione per aver ragione, anzi, talvolta può addirittura rivelarsi un handicap, e di questo avremo ulteriore conferma lunedì prossimo, con l’approvazione di una riforma costituzionale che non doveva nemmeno essere mai scritta, perché a promuovere un processo che revisiona un terzo della Costituzione non può essere il Governo, e l’input non può esser dato da un Presidente della Repubblica che condiziona la sua rielezione all’impegno che in tal senso dovrà assumersi chi poi egli sceglierà come Presidente del Consiglio, e ad approvare il testo di una riforma costituzionale, che perciò già in nuce è cosa aberrante, non può essere un Parlamento eletto con una legge elettorale dichiarata incostituzionale, autorizzato a legiferare in regime di prorogatio al solo fine di assicurare la continuità dello Stato, di certo non a riscrivere le regole sulle quali è fondato.
Il No ha ragione senza neppure dover entrare nel merito delle modifiche che questa riforma intende apportare alla Costituzione, e a entrarci ne acquista ulteriormente, perché è proprio nel merito che essa rivela quanto non fosse affatto necessaria, tanto meno urgente, rivelando che, a dispetto di quanto afferma chi l’ha scritta, non semplifica affatto il processo legislativo, né ne abbrevia i tempi, né riduce i costi della politica, se non in misura irrisoria, mentre invece di sicuro riduce il peso della sovranità popolare e cancella ogni distinzione tra potere esecutivo e potere legislativo.
È una riforma costituzionale (in realtà, una revisione costituzionale) che non ha visto affatto il concorso ampio e adeguatamente rappresentativo di tutte le forze politiche alle quali fosse stato dato dal voto popolare un esplicito mandato in tal senso, ma il passivo consenso di un Parlamento di nominati costantemente ricattati dalle segreterie dei partiti, e arriva al vaglio referendario in forza di una formalità procedurale più volte forzata fino al limite della sua rottura, per farsi momento di divisione invece che di condivisione, e solo perché ostinatamente concepita come posta di una scommessa tutta personale.
Ogni ragione è dalla parte del No, ma questo non gli darà ragione, c’è da esserne certi, perché il piano sul quale ragione e torto sono chiamati a confrontarsi – quello del diritto, che poi è il piano dove la logica si fa imperativa – è ormai da tempo devastato dall’ignoranza e dall’arbitrio. E tuttavia occorre spendersi in favore del No, per lasciar traccia che, seppur costretta ad aver torto, la ragione non ha taciuto.


Ho riportato integralmente questo articolo di Luigi Castaldi perché il suo contenuto rappresenta in maniera esemplare anche il mio pensiero.

lunedì 28 novembre 2016

Alle neomamme

La manovra economica è stata licenziata e Repubblica, vicina all'orgasmo, elenca tutte le sfavillanti misure contenute all'interno, misure delle quali beneficeranno chi più chi meno tutte le categorie sociali: autonomi, dipendenti privati, statali, pensionati ecc. Un'attenzione speciale - leggo - è riservata alle neomamme. "Il premio alla nascita da 800 euro e il bonus bebè da 1.000 euro non solo si possono cumulare, ma non dipendono dal reddito. Lo prendono tutte, ricche e povere."
Scusate,  perché lo prendono tutte? Che senso ha mettere sullo stesso piano, che ne so?, una mamma che magari ha appena messo al mondo il terzo figlio ed ha pure il marito in cassa integrazione e una neomamma imprenditrice che dichiara cifre a 10 zeri? Logica e buon senso non vorrebbero semmai che si desse di più a chi ha più bisogno e meno (o niente) a chi non sa che farsene di quei 1800 euro?
Già, logica e buon senso, questi sconosciuti.

Corte Costituzionale, Madia e furbetti del cartellino (che non venivano licenziati neppure prima)

Dopo la sentenza con cui la Corte Costituzionale ha fatto a pezzi gran parte della riforma della pubblica amministrazione voluta da Marianna Madia, nella parte in cui prevede di riformare l'assetto pubblico solo "previo parere" e non "previa intesa" con le Regioni, si sono scatenate le ire funeste del venditore di pentole e seguaci vari assortiti. I ritornelli più utilizzati sono stati due: "È un paese bloccato dalla burocrazia" e "La Corte costituzionale ci ha impedito di licenziare quelli che fanno i furbetti del cartellino." Naturalmente, da buon Wanna Marchi della politica, Renzi non si è certo lasciato scappare l'occasione per una bella strumentalizzazione della vicenda a favore del sì, lanciata in pompa magna dal salotto della signora D'Urso: "Col Sì nessuna Regione potrà più bloccare il Paese." Ovviamente sono tutte balle, ma l'elettore quadratico medio del Pd non è in genere uno che sta lì a farsi tante domande e ad approfondire, prende per buono e bello tutto ciò che gli dicono essere buono e bello e chiusa lì. Ma perché sono balle? Lo spiega Massimo Villone, professore emerito di Diritto Costituzionale all’Università Federico II di Napoli: "La Corte ha dichiarato la incostituzionalità del Decreto Madia perché l’intreccio delle competenze tra i livelli istituzionali avrebbe richiesto non un semplice parere delle autonomie sui decreti delegati attuativi della legge 124, ma una intesa formale da raggiungere nelle Conferenze tra Stato e autonomie. Intesa in cui si realizza il fondamentale principio di leale collaborazione tra i livelli istituzionali. Un principio, quest’ultimo, che rimarrà identico anche in caso di vittoria del Sì al referendum di domenica prossima. Non è vera, quindi, la versione dei sostenitori del Sì, secondo cui la riforma Renzi-Boschi avrebbe evitato la pronuncia di incostituzionalità grazie alle modifiche introdotte nel rapporto Stato-Regioni." (Il Fatto, 28/11/2016)
Per quanto riguarda la questione dei licenziamenti, che la sentenza della Consulta avrebbe vanificato, c'è da chiedersi di quali licenziamenti stiamo parlando. Due inchieste, svolte da Panorama e da Linkiesta e pubblicate in luglio, dimostrano che dei famosissimi licenziamenti in 48 ore promessi da Renzi non c'è traccia quasi da nessuna parte. "La loro rilevanza [le vicende dei furbetti del cartellino, ndr] è diventata quanto mai maggiore da quando il governo ha approvato il provvedimento del ministro Marianna Madia che prometteva proprio per casi del genere il pugno forte dell’amministrazione pubblica, con licenziamenti che sarebbero potuti scattare anche dopo 48 ore. In effetti, a distanza di mesi, se si vanno ad analizzare gli episodi di assenteismo e false attestazioni che si sono susseguiti, si nota che questi tempi celeri di intervento punitivo così tanto sventolati, di fatto sono ben lontani dall’essere reali. Dal caso del Comune di Foggia, a quello dell’Asl di Avellino, dalla prefettura di Pistoia al Comune di Acireale; e ancora, dal Museo delle tradizioni di Roma alla Asl di Caserta, passando per l’Agenzia delle entrate di Asti, per finire agli episodi “calabresi” del Comune di Oppido Mamertina e dell’Azienda sanitaria di Rossano Calabro: sono almeno una decina i casi che in questi mesi hanno conquistato gli onori della cronaca e per i quali, se si vanno a cercare le conseguenze, non si trova assolutamente nulla. L’unica inchiesta che ha portato effettivamente a degli effetti tangibili è quella, tra tutte forse la più eclatante, del Comune di Sanremo [...] La verità dunque è che la legge Madia presenta ancora delle lacune di carattere operativo che andrebbero colmate per rendere davvero più efficiente e veloce la punizione per i dipendenti fannulloni."(Panorama, 14/07/2016)
"'Licenzieremo i dipendenti in 48 ore' tuonava a gennaio il premier Matteo Renzi, promettendo l'impossibile con provvedimenti rapidi e inapplicabili. Inapplicabili perché a farsi un giro di telefonate tra le varie amministrazioni pubbliche coinvolte si scopre che è tutto un po' più complicato di quanto auspicherebbe il Presidente del Consiglio. Tuttalpiù i furbetti e i fannulloni, si possono sospendere, ma per misure più incisive bisogna aspettare la trasmissione degli atti dei magistrati." (Linkiesta, 15/07/2016)
Quindi, alla fine, i dipendenti fannulloni che secondo Renzi la Consulta adesso impedisce di licenziare, in realtà non venivano licenziati neppure prima della sentenza, come si è visto. Ma chi ci bada, in fondo? Bastano un paio di slogan, di tweet, e sono tutti contenti. Poi chi se ne frega del resto?

domenica 27 novembre 2016

(...)

Eugenio Scalfari, nel consueto editoriale della domenica su Repubblica, dice che "il referendum costituzionale ha ampiamente cambiato il significato che gli attribuisce la gran parte dei cittadini che hanno deciso di votare [...] Per quanto risulta a noi, chi voterà Sì lo farà per rafforzare l'autorevolezza politica di Renzi; chi voterà No lo farà per mandarlo in soffitta." Vero, verissimo, ma Scalfari dimentica di dire che il significato che attribuisce al referendum gran parte dei cittadini ha assunto questa connotazione personalistico-plebiscitaria sulla persona di Renzi perché è stato Renzi stesso a volere così, a detta di molti per costruire una sorta di legittimazione popolare che lui stesso avverte come mancante - fu lui, in passato, a dire più di una volta che sarebbe andato a palazzo Chigi solo passando per regolari elezioni; non è andata così, come sappiamo, e questa cosa gli viene rinfacciata con una certa frequenza. All'inizio, infatti, quando era sicurissimo dell'esito disse che se il referendum non fosse passato se ne sarebbe andato a casa. Poi ha parzialmente ritrattato quando ha visto che i sondaggi cominciavano a imboccare una strada pericolosa e anche dopo la reprimenda di qualche tempo fa di Napolitano, il quale si è accorto già da qualche tempo che la sua ultima creatura gli sta sfuggendo di mano. Cosa che potrebbe costare, sia a Renzi che a Napolitano stesso, piuttosto cara.

sabato 26 novembre 2016

Fidel Castro e le edicole

La morte di Fidel Castro è un altro degli infiniti esempi che dimostrano l'inutilità, oggi, dei quotidiani nelle edicole. La notizia della sua morte è infatti arrivata qui in Italia a notte inoltrata, quando i giornali erano già nelle rotative, e ovviamente su nessun giornale di stamattina la trovate. Ci sarà però domattina, quando chi bazzica in rete o guarda la tv l'avrà già archiviata ma se la ritroverà di nuovo nelle rassegne stampa.