lunedì 22 gennaio 2018

Mia cugina Rachele



Tempo fa Romina mi segnalò, nei commenti a un mio vecchio post, questo libro della Du Maurier. Ieri, casualmente, mentre spulciavo la libreria di mia mamma l'ho trovato tra i suoi vecchi libri.

È un'edizione del 1966 (è stato pubblicato la prima volta nel '53) e le prime centosettanta pagine le ho lette ieri pomeriggio. Oggi, ormai, non credo che riuscirò a finirlo, anche perché sono tornato al lavoro dopo un periodo di ferie e il tempo per la lettura è tutto racchiuso in qualche ora da metà pomeriggio in poi.

Comunque, ha una trama avvincente, ritmo, e la Du Maurier, che io non conoscevo, scrive divinamente. (Ma quant'è bella la Cornovaglia dei primi dell'800 così come la descrive la Du Maurier?)

sabato 20 gennaio 2018

Il sistema della corruzione



Questo breve saggio di Piercamillo Davigo ha la capacità di generare in chi lo legge principalmente un sentimento, quella della rassegnazione. Rassegnazione al fatto che la corruzione in Italia è un fenomeno ormai talmente radicato, esteso, tollerato, agevolato addirittura, che non sarà mai possibile sradicarlo.

A ciò si aggiungono almeno altri due motivi per cui quella contro la corruzione, un fenomeno che prospera indistintamente sia nelle piccole realtà locali che in quelle nazionali, è una battaglia persa in partenza. Il primo è che scoprire reati di questo genere è molto difficile, e questo principalmente perché si tratta di reati di tipo omertoso dei quali, la maggior parte delle volte, si giunge a conoscenza fortuitamente, magari mentre si indaga su altro.

La seconda è che, anche una volta che l'illecito viene scoperto e i responsabili processati, ci sono elevatissime possibilità che questi la facciano franca o al massimo vengano condannati a pene irrisorie, che comunque non prevedono praticamente mai la detenzione. E questo perché la legislazione penale, in questo ambito, è sempre andata in una direzione improntata alla tolleranza, alla depenalizzazione - i motivi sono facilmente intuibili, basta guardare la qualità della classe dirigente che legifera in materia.

Il nostro sistema penale, infatti, è strutturato in modo da perseguire con celerità e durezza i reati cosiddetti di flagranza (quelli che fanno "rumore", ad esempio relativi alla piccola o grande criminalità) e di essere estremamente blando e flessibile verso i reati fiscali, societari, insomma quelli caratteristici dei cosidetti colletti bianchi, reati "silenziosi" ma molto più dannosi e pericolosi dei primi.

Piercamillo Davigo, che tra l'altro scrive benissimo, racconta la situazione della corruzione nel nostro paese ricorrendi a tantissimi esempi frutto della sua pluridecennale esperienza di magistrato, esempi spesso talmente incredibili e paradossali, relativi alle dinamiche dei fenomeni corruttivi, da riuscire a strappare in chi legge un sorriso, anche se si tratta di un sorriso amaro.

Non ha soluzioni, Davigo, per combattere o quanto meno tentare di arginare questo vero e proprio flagello. O meglio, di rimedi ne suggerisce un certo numero nell'ultimo capitolo del libro, ma sono irrealizzabili per il semplice motivo che manca la volontà politica di realizzarli.

(...)

Il manifesto del libero lettore



Alessandro Piperno è riuscito, con questo breve saggio, a farmi provare due distinte reazioni: godimento e lieve rammarico. Godimento nato dall'essermi abbastanza riconosciuto nella sua definizione di libero lettore, che cito testualmente: "Il libero lettore è un individuo un po' strambo, allo stesso tempo credulone e diffidente, squisito e volgare, sentimentale e cinico, devoto e apostata; un rompiscatole che diffida della gente ma ha un debole per i personaggi".

Piperno dichiara con questo saggio tutto il suo amore per la narrativa e i romanzi, per le storie, un amore che rasenta la patologia, e nel libro riporta alcuni pensieri interessanti, originali e per gran parte condivisibili. Scrive, ad esempio:

"Una cosa l'ho capita negli ultimi trent'anni, per lo più trascorsi a leggere e scrivere romanzi: il numero di persone a cui piace realmente la narrativa è relativamente modesto, persino tra coloro che ne hanno fatto un mestiere: editori, accademici, critici, giornalisti, e talvota i romanzieri stessi. Parlo di quella variegata classe di lettori professionisti che compulsa romanzi allo scopo di confermare le proprie idee sul romanzo. Ansiosi di pubblicare, definire, riassumere, promuovere, stroncare, canonizzare, rivoluzionare, costruire sofisticati sistemi ermeneutici, hanno dimenticato il piacere primigenio di aprire un romanzo per il gusto di perdersi ed essere trascinati altrove.

A questa categoria umana oppongo volentieri quella del libero lettore. Ovvero di colui che si lascia guidare dal capriccio, dalla sete e dalla necessità. Il libero lettore è un dilettante e come tale aspira al diletto. È il tipo che immergendosi in un'opera di narrativa non sta lì a interrogarsi sullo spazio che essa occupa nella storia letteraria; né si chiede se sia realista, vittoriana, modernista, tradizionale, sperimentale, di genere. Il libero lettore tralascia i proclami estetici dell'autore, le dotte postfazioni e i peana del risvolto di copertina. Cerca atmosfere, personaggi, buone storie, mica qualcuno che gli spieghi perché cercarle è un obbligo morale. La sola classificazione che lo interessa è quella che separa i romanzi che producono endorfina da quelli che fanno venire l'emicrania, i pochi che cambiano la vita dai troppi che non cambiano niente."

Concetti condivisibili, direi, anche se forse abbastanza ignorati da molti lettori. Capita spesso anche a me, ad esempio, di valutare l'acquisto o meno di un libro dalle idee personali che ho sull'autore e sugli stilemi delle sue opere. Se ad esempio leggessi un libro di Fabio Volo che mi inondasse di massicce dosi di noia, dubito che poi acquisterei qualcos'altro di Volo, pur conscio che magari il libro successivo potrebbe essere infinitamente più interessante. Insomma, ogni lettore ha un indirizzo o un'idea di massima di ciò che ama leggere e degli autori che preferisce, e magari gli riesce difficile fare salti nel buio. Che poi, alla fine, pensandoci bene sono tutti discorsi che lasciano il tempo che trovano, dal momento che, è noto, chi entra in una libreria o in una biblioteca non cerca un libro, è semplicemente cercato da un libro.

Il lieve rammarico cui facevo accenno all'inizio, invece, nasce dalla consapevolezza di avere accumulato immense lacune per quanto riguarda i classici della letteratura, cosa di cui peraltro ero già al corrente. Nella seconda parte del libro Piperno analizza e commenta brevemente alcune opere di alcuni grandi scrittori dell'ottocento e del novecento, quali Melville, Tolstoj, Joyce, Flaubert, Proust, Dickens, Stendhal ecc., e mentre scorrevo i suoi commenti e analisi mi rendevo appunto conto di non aver mai letto quasi niente di questi autori, nonostante legga da quando ero giovane. Mi impegno solennemente a colmare almeno parte di queste lacune.

venerdì 19 gennaio 2018

Via l'appello per gli assolti

Nel clima da mercante in fiera di questi giorni, dove è in atto una specie di competizione a chi la spara più grossa, spunta la proposta del tipo delle cene eleganti di abolire l'appello per gli assolti in primo grado. Perché? Boh, non si sa, la giustificazione addotta dalla mummia imbalsamata è che così i PM non possono più richiamare l'eventuale tapino in appello rovinandogli la vita, che detto da chi (caso Ruby) è stato condannato in primo grado e poi assolto in appello e in Cassazione - eh, 'sti maledetti giudici comunisti! - è tutto dire. 

Non sono naturalmente un esperto di cose giuridiche, ma da quel poco che so una delle molteplici cause della annosa lentezza della giustizia in Italia, al netto delle chiacchiere da bar e degli slogan, sta in una norma riguardante appunto l'appello. Questa norma prevede che un condannato in primo grado che vi faccia ricorso non può vedersi comminata una pena superiora a quella avuta la prima volta, come spiegato qui. Piccolo esempio.

Tizio si becca cinque anni in primo grado per bancarotta fraudolenta (pena inventata, non so quanto sia in realtà e non ho voglia di andare a cercare). Se fa ricorso in appello e la colpevolezza viene riconosciuta anche lì, la pena non può essere superiore ai cinque anni beccati all'inizio, ma uguale o inferiore. Qual è la conseguenza? Ovvio, che il ricorso in appello lo fanno tutti; chi sa di essere innocente perché vuole giustamente provarlo, chi sa di essere colpevole perché sicuro che con una seconda condanna al massimo gli verranno dati i cinque anni del primo grado, ma intanto la può tirare per le lunghe dilatando così i tempi del processo (e della giustizia).

Solo nel nostro paese esiste questa norma, in tutta Europa gli anni comminati in appello possono tranquillamente essere maggiori di quelli comminati in primo grado, quindi chi sa di essere colpevole ci pensa due volte, forse pure tre, prima di ricorrere. Probabilmente già solo la modifica di questa assurdità contribuirebbe ad accelerare un po' i tempi della giustizia, ma è noto che una giustizia che vada più veloce e sia più efficiente non è ben vista da un Parlamento in cui metà dei componenti ha a vario titolo problemi con essa, molto meglio dare la colpa ai magistrati fannulloni che non hanno voglia di lavorare. Che ci saranno anche, certo, come del resto i vagabondi ci sono dappertutto, ma che non sono certo la causa principale dello stato in cui versa la giustizia.

Quindi, alla fine, non si capisce la ratio della proposta del tipo di Arcore. Anzi sì, si capisce benissimo se inquadrata nel clima da mercante in fiera di cui sopra.

Ivan Graziani il narratore

Stamattina, mentre ero a passeggio lungo il Marecchia con Ivan Graziani negli auricolari, pensavo che il grande cantautore teramano è stato, prima ancora che un ottimo musicista, un più che ottimo narratore, un eccellente creatore di storie necessariamente brevi, concepite per essere raccontate nei quattro o cinque minuti che dura una canzone. Non so quanti dei miei trentadue lettori abbiano dimestichezza con la sua produzione musicale, ma presumo che eventuali suoi estimatori questa cosa l'abbiano già compresa da tempo.

Il 99% delle canzoni di Ivan sono storie brevi, complete, con uno o più personaggi, un inizio, uno svolgimento e una conclusione. Gli esempi che si potrebbero fare sono innumerevoli, e il primo che mi viene in mente è la celeberrima Il chitarrista, un pezzo che conoscono anche i sassi. È una storia breve a tutti gli effetti, e se si ascolta attentamente il testo si può immaginare con poco sforzo anche tutta la scena in cui si svolge la vicenda della donna contesa dai due giocatori di poker: un locale fumoso, il chiacchiericcio tipico dei bar, gli avventori assiepati attorno al tavolo in cui si svolge la sfida ecc. Capite bene che chi, come lo scrivente, traffica tutto il giorno con libri e storie, questa particolare peculiarità di Ivan rappresenta grande motivo di godimento.

Altre perle con le medesime caratteristiche che mi vengono in mente così, su due piedi, sono Firenze (canzone triste), Signora bionda dei ciliegi, la meravigliosa Olanda, Dada, Isabella sul treno, ma naturalmente elencarle tutte è impossibile data la notevolissima produzione di Ivan. Sono tutte storie che generano piacere anche solo dalla semplice lettura del testo, senza supporto della musica.

Certo, non è che Ivan Graziani sia stato l'unico a raccontare storie con le canzoni; penso, che ne so?, al primo Dalla, a Fossati, oppure Vecchioni, Guccini, quest'ultimo non a caso anche scrittore, ma credo che Graziani sia stato quello che è riuscito farlo meglio e in maniera più costante e continuativa nel tempo.

Cantautori che raccontino storie in musica credo che non ne abbiamo più. Oggi mi pare che sia tutto un proliferare di testi abbastanza privi di sugo e costrutto il cui unico fine è quello di soddisfare le esigenze delle rime, niente di più. Ma si tratta più che altro di un'impressione, probabilmente anche falsa, dal momento che sono ormai un vecchio rottame nostalgico di certa musica con cui sono cresciuto e che la musica di oggi tutto sommato non la seguo neppure tanto.

giovedì 18 gennaio 2018

Giulia Bongiorno e la nitidezza

Ognuno è libero di fare politica come gli pare e di candidarsi per chi gli pare, e in veste di avvocato penalista è allo stesso modo libero di difendere chi gli pare, fosse pure Andreotti nel suo famoso processo per mafia. D'altra parte noi mica siam qua per giudicare - un eventuale giudizio si formulerà semmai, successivamente, sull'operato del soggetto in questione.

Certo è che chi fa spot in tv contro la violenza sulle donne, fonda una Onlus insieme a Michelle Hunzicker finalizzata all'assistenza alle donne vittime di discriminazioni, violenze o abusi e poi si candida con Salvini, quello che in un suo triste comizio equiparò la signora Boldrini a una bambola gonfiabile, qualche perplessità la fa nascere.

Se poi il soggetto in questione si spinge fino a dichiararsi colpito dalla nitidezza del Salvini pensiero, beh, la perplessità aumenta, e di molto.

La biblioteca ti frega



La biblioteca ti frega. Sempre. È matematico. Dico biblioteca ma è naturalmente un discorso che vale anche per le librerie. Perché? Cominciamo dall'inizio.

Oggi è stato forse il primo giorno di gennaio in cui ci si è potuti rendere conto che le giornate hanno cominciato lentamente ad allungarsi, e visto che la temperatura era tutto sommato gradevole ho dato una spolverata alla mia bicicletta, parcheggiata in stato di abbandono nel garage dalla fine di novembre, e sono andato giù a Santarcangelo, approfittando del fatto che il giovedì la biblioteca fa orario continuato. Non che fossi a corto di materia prima, anche se in questo periodo di ferie ci sto dando dentro, ma come sa bene ogni lettore compulsivo, il timore (meglio, panico) di restare senza niente da leggere è sempre dietro l'angolo.

Non sono andato in biblioteca con in testa dei titoli specifici, diciamo che avevo intenzione di cercare qualcosa di Galimberti o di Odifreddi per quanto riguarda la saggistica, e qualcosa di Robecchi per quanto riguarda la narrativa (non contavo certo su Follia maggiore, uscito in questi giorni nelle librerie, ma su qualcosa di più vecchio).

La biblioteca di Santarcangelo, però, è strutturata in modo da fregare il potenziale noleggiatore di libri (il termine noleggiatore riferito ai libri non mi piace, ma in questo momento non mi viene in mente alcun sinonimo), perché al suo ingresso, di sotto, prospiciente alla reception (il termine reception non mi piace, ma in questo momento, anche qui, non mi viene in mente alcun sinonimo), c'è la scansia in cui sono esposte le novità che riguardano la saggistica. E non è una scansia che sia possibile evitare, no, chi entra ci va per forza a sbattere contro ed è obbligato a oltrepassarla, se vuole poi salire le scale per accedere agli altri due piani, dove sono dislocati i vari reparti.

Ovviamente ci sono andato a sbattere anch'io, e ho dato frettolosamente un'occhiata agli ultimi arrivi. La fretta che mi ero imposto si è però immediatamente arenata contro il primo titolo su cui mi sono caduti gli occhi: Il manifesto del libero lettore, di Alessandro Piperno. Non ho neppure dato un'occhiata ai risvolti di copertina per sapere a grandi linee di cosa parlasse, mi è bastata l'immagine di copertina (bellissima, ricordo che anni fa girava sui social) e il titolo.

Affiancato a questo c'era Sapiens, da animali a dèi, un saggio storico ("Breve storia dell'umanità", per la precisione) di tale Yuval Noah Harari, uno (per me) sconosciuto insegnante di storia alla Hebrew University di Gerusalemme. Qui, oltre che dal titolo, sono rimasto affascinato dalla breve spiegazione sul retro, che non riporto per non tediare nessuno. Anche questo me lo sono prontamente messo sottobraccio. Accanto al libro di Harari c'era poi un libro di Piercamillo Davigo uscito alcuni mesi fa e intitolato Il sistema della corruzione, in cui il noto magistrato (a me Davigo piace moltissimo) spiega perché dopo venticinque anni da Tangentopoli non è cambiato niente e offre una lucida e chiara analisi relativa all'inestirpabile fenomeno nel nostro paese.

In sostanza, sono entrato in biblioteca con in testa qualcosa e ne sono uscito con tutt'altro. E non è la prima volta che mi succede, mi è capitato spesso e mi capiterà ancora. Probabilmente il noto detto secondo cui chi va in libreria non cerca un libro ma è il libro a cercare lui, è vero. Drammaticamente vero.

Origin



Ammetto di non aver mai amato Dan Brown, un po' perché influenzato dal dileggio di cui lo fece oggetto il grande Umberto Eco dopo che ebbe letto Il codice da Vinci, un po' in seguito al sonno profondo in cui caddi venti minuti dopo aver iniziato a guardare il film relativo. Ho letto Origin, il suo ultimo romanzo, principalmente per due motivi: 1) in questo periodo sono in ferie e quindi ho molto tempo libero; 2) mi è stato prestato - difficilmente avrei altrimenti tirato fuori i venticinque euro necessari all'acquisto.

Che dire? Se si lascia da parte tutta la parte "complottista", diciamo così, e tutto il pistolotto senza né capo né coda sulla spiegazione scientifica (che in realtà di scientifico mi pare abbia ben poco) relativa alla nascita della vita sul nostro pianeta e alla destinazione finale dell'uomo, in risposta agli eterni quesiti "da dove veniamo?" e "dove andiamo?", il libro non è male. È in definitiva niente di più di un buon thriller, con una trama interessante e un certo numero di colpi di scena, compreso quello finale in cui si scopre chi è il Reggente - ammetto di non esserci arrivato prima che lo svelasse il libro stesso.

Un buon thriller e niente più, insomma, da leggere giusto quando si ha molto tempo libero a disposizione.

Libri in ospedale



All'ingresso del reparto oculistico dell'ospedale di Pesaro, dove mi trovavo ieri mattina con mia madre, c'è un espositore suddiviso in tre piani. Su quello più alto ci sono delle riviste, sugli altri due dei libri di vari generi: classici, thriller, rosa ecc. Sono per la maggior parte libri vecchi, ingialliti, probabilmente rimasugli di biblioteca letti e riletti. Chi vuole può sceglierne uno e leggerne qualche pagina mentre attende il suo turno nella sala d'attesa. Se il libro scelto piace può pure tenerlo e portarlo a casa, come recita l'avviso attaccato al muro, a patto che poi lo riporti.

Ma quei libri, lì, non c'entrano niente, sono inutili. La maggior parte delle persone che sedevano sulle sedie della sala d'attesa, o cazzeggiavano con lo smartphone oppure, specie i più anziani, sfogliavano qualche rivista. La cosa tutto sommato è anche comprensibile, è infatti difficile che chi aspetta di sottoporsi a esami o visite, magari in preda a quella lieve tensione e preoccupazione che inevitabilmente accompagna sempre l'attesa, si trovi nello stato d'animo giusto per iniziare a leggere un libro.

Quindi quei libri non c'entrano niente, lì, però a me ha fatto piacere che ci fossero.

martedì 16 gennaio 2018

Take a walk on the wild side





Non avrete più paura (se mi voterete)

Una volta le campagne elettorali erano principalmente di tipo propositivo, non giocate sulle false paure (immigrati, vaccini ecc.): faremo questo, faremo quello, vi daremo questo, vi daremo quello ecc. Lo sono anche adesso, certo, basta leggere e ascoltare i roboanti annunci in stile chi la spara più grossa che ci piovono sul capo un giorno sì e l'altro pure, specie in questo periodo: asili gratis per tutti, università gratis per tutti, via il bollo auto, via il canone tv, meno tasse per tutti, pensioni a mille euro per tutti i pensionati (ovviamente per tredici mensilità, ché più la spari grossa e più la plebe abbocca), reddito di cittadinanza, reddito di dignità e chi più ne ha più ne metta. Manca ancora chi dica di voler vincere il cancro, ma lì abbiamo già dato e non è stato un bello spettacolo.

Dal cancro ai vaccini il passo è breve, e infatti questi ultimi sono entrati a pieno titolo tra gli argomenti di questa campagna elettorale - Di Maio e Salvini, ad esempio, due noti luminari in materia, hanno promesso che lasceranno più libertà per quanto riguarda gli obblighi, una mossa molto intelligente, come capite bene, specie se si considera che l'Italia è attualmente al quinto posto nel mondo per casi di morbillo accertati. Ma i vaccini fanno paura, si sa. Mica fa paura ciò che potrebbe succedere in caso i cretini che non vaccinano i propri figli diventassero numericamente rilevanti - scherziamo? - no, fa paura ciò che finora ha permesso di scongiurare il ritorno di malattie in alcuni casi scomparse da decenni. Ma che ci volete fare? D'altra parte siamo sempre il paese dei Vannoni, dei Di Bella, dei Simoncini (quello che curava il cancro col bicarbonato) e compagnia bella, ed è quindi naturale che il primo ignorante che insinui dubbi sui vaccini raccolga inevitabilmente vasti consensi.

Altro argomento che tiene banco, e su cui si può speculare sicuri di ottenere voti, è l'immancabile immigrazione, perché tutti 'sti negri, brutti, sporchi e cattivi, questi sì che fanno paura, eh. E gli italiani hanno paura di loro perché delinquono, e poi dobbiamo pure mantenerli, esattamente come per i politici: delinquono e dobbiamo pure mantenerli. Mi si accuserà di eccessiva generalizzazione, ma se generalizzano facendo di ogni erba un fascio i vari Salvini, Meloni, Di Maio e compagnia bella, perché non posso farlo pure io?

Comunque delinquono, è vero, l'ha detto il tipo delle cene eleganti l'altro ieri in tv: "466mila immigrati in Italia che per mangiare devono delinquere". Ovviamente è una balla, ma se anche fosse vero almeno questi poveretti lo farebbero per fame, mentre quando delinqueva lui non aveva neppure questa giustificazione qui, perché se tu in vent'anni nascondi al fisco un miliardo e trecento milioni di euro e li parcheggi in un po' di società offshore, di fatto risorse sottratte alla collettività, è difficile che la motivazione sia la fame, no? (Stendiamo poi un velo pietoso sul fatto che chi ha costruito parte della sua fortuna sulle società offshore vada in tv a farsi paladino della lotta all'evasione fiscale.) Comunque, insomma, capite bene che alla fine gli immigrati che vanno a rubare nei frigoriferi sono un problema grosso. Mica sono problemi i cento miliardi di evasione fiscale ogni anno o le decine di miliardi che si porta via la corruzione, scherziamo? Ci sarebbe poi da chiedersi quanti frigoriferi dovrebbero svuotare questi delinquenti prima di raggiungere i 50 milioni di euro rubati dalla lega negli ultimi anni, ma soprassediamo.

La realtà, nonostante ciò che raccontano i Salvini, i Di Maio e i Berlusconi, è che gli immigrati sono stati e sono una manna dal cielo per questa gente, perché hanno permesso loro in tutti questi anni di poter capziosamente eleggerli a responsabili di tutti i mali dell'universo e di glissare sui responsabili veri dello stato in cui versa il nostro paese. Guardate i tiggì (se ce la fate) o leggete i giornali, vi accorgerete del martellamento continuo attuato proprio con questo scopo. Pensate se lo stesso martellamento avesse come destinatari i politici che rubano, il malaffare, la corruzione, l'evasione fiscale, la mafia, gli sprechi dello Stato, i miliardi buttati nel cesso con le opere pubbliche inutili o clientelari, cioè tutto ciò che in questi ultimi decenni ha ridotto questo paese allo stremo.

Ma non si può fare, non sta bene, lo storytelling del povero popolo italiano derubato di soldi e lavoro (è noto infatti che ogni italiano ha come massima aspirazione quella di andare in spiaggia a vendere accendini) dai poveretti che arrivano coi barconi potrebbe venire compromesso, e dopo Salvini e soci come farebbero a speculare sulla paura dell'immigrazione se a qualcuno venisse il sospetto che l'immigrazione non è il problema più grave che attanaglia l'Italia?